Doveva essere la prima marcia lesbica in Italia, e come poteva non marciare? La Roma del Giubilo era stata scelta mesi fa per ospitare la Dyke March, una manifestazione che dagli anni ‘90 (quando le Lesbian Avengers organizzarono la prima marcia di ventimila lesbiche a Washington) vede sfilare l’area lesbica più radicale dell’orgoglio LGBTIQ+, all’interno del network europeo EL*C. La Capitale era stata scelta per il suo valore simbolico, per sfidare frontalmente l’alleanza tra la destra fascista e il neo-fondamentalismo cattolico che avanza in Europa ai danni dell’autodeterminazione delle donne, delle lesbiche, delle persone trans.
NESSUNA ovviamente avrebbe potuto prevedere che questa sfida simbolica si sarebbe riempita di ulteriore significato e difficoltà materiali con la morte del Papa. Infatti, a poche ore dalla morte di Bergoglio, la questura di Roma ha ritirato l’autorizzazione alla marcia che avrebbe dovuto svolgersi in centro, proprio in concomitanza con il corteo funebre. Alla fine la concessione è arrivata per Piazza Agosta, un presidio stanziale in una pedonale strappata alla periferia. Ma le attiviste lesbiche hanno deciso di fare anche di questo una questione politica, disobbedendo alle aspettative e ribellandosi ai limiti che sono imposti alle donne, così, dopo gli interventi in piazza, sono partite in migliaia per la marcia che si aspettavano di fare. La dimensione internazionale della marcio ha fatto arrivare a Roma attiviste da tutta Italia, dal resto d’Europa e dell’Asia centrale.
L’ APPUNTAMENTO di ieri è stato il culmine dell’ European and Central Asian Lesbian* Conference, dove l’asterisco sta proprio a segnalare che essere lesbiche non è solo orientamento sessuale, ma una pratica politica di dissidenza dalla norma del genere. «Le lesbiche sono e sono state al centro di tutti i movimenti per il cambiamento sociale, ma la nostra partecipazione è stata ignorata, spesso con la nostra complicità, con il nostro consenso. – hanno scritto le organizzatrici nel manifesto – La prima marcia lesbica italiana è nel solco aperto dalla manifestazione di Washington del 1993, per riprenderci il potere dei nostri amori, delle nostre visioni, della nostra rabbia, delle nostre intelligenze, della nostra storia e delle nostre radici».
LA RETE E LA PIAZZA convocata ieri, infatti, hanno abbracciato il transfemminismo, praticando una svolta rispetto a quelle che hanno preferito mettersi accanto alle destre, nelle crociate antigerder e per l’esclusione delle persone trans.
LA MAGGIOR PARTE dei cartelli e degli slogan erano dedicati alla solidarietà con la Palestina e contro le strumentalizzazioni israeliane delle questioni delle libertà sessuali per legittimare il genocidio. Tra gli interventi dal carro, dalla Palestina all’Ungheria dove il presidente Victor Orban ha messo fuori legge i Pride, emerge la sorellanza come pratica di solidarietà internazionale per la giustizia sociale. Infine, sono intervenute diverse madri lesbiche oggetto di una battaglia ideologica per la difesa della famiglia cristiana da parte di questo Governo sin dal suo insediamento. Proprio loro, quindi, non potevano che essere in prima fila a disobbedire contro i limiti imposti in questa società patriarcale. «Non possiamo sottovalutare le politiche di estrema destra della presidenza Trump, le discriminazioni contro le persone trans, gli attacchi alla società civile pro-diritti, gli arresti e la lesbofobia di stato contro le associazioni e le attiviste in Europa dell’Est e in Asia Centrale – hanno spiegato – Il governo degli Stati Uniti sta violando i diritti fondamentali nel peggior modo possibile, causando una reazione a cascata in tutto il mondo e l’Italia non è da meno».
Per il movimento fonte di preoccupazione è «l’Europa, divisa e ambigua che intende ritirare la direttiva contro le discriminazioni e l’eguaglianza di trattamento». La Dyke March 2005 tuttavia, guarda a ciò che succede in Italia, non a caso scelta come sede di quest’anno.