MANIFESTO POLITICO

DISCLAIMER: Siamo consapevoli che il lesbismo può essere una rivendicazione tanto di un’identità politica quanto di un orientamento sessuale, e che reclama uno spazio “altro” anche rispetto al binarismo di genere. Nella nostra storia, però, l’utilizzo del genere femminile ha segnalato la nostra esistenza ai margini della marginalità, secondo una precisa volontà politica di sorellanza e riconoscimento reciproco. E se è vero che, come diceva Monique Wittig, “le lesbiche non sono donne”, noi non vogliamo rinunciare a quel pezzo della nostra storia.

Decidiamo quindi di utilizzare il femminile politico come rivendicazione di appartenenza a questa categoria di marginalità, che definisce chiunque non possa muoversi negli spazi con il privilegio di una socializzazione maschile, al di là delle forme del suo corpo e della sua identità. Per questo motivo, in questo documento, tutti i sostantivi femminili riferiti a persone, saranno accompagnati dall’asterisco, ad includere quelle soggettività lesbiche che non si identificano con la femminilità. Scegliamo di usare la parola “lesbica” senza asterisco, perchè vogliamo definirla come parola che abbraccia tutte le soggettività che vi si riconoscono, che la rivendicano a livello sociale, politico e che si identificano con le lotte lesbiche nella società ciseteropatriarcale.

It’s time to seize the power of dyke love, dyke vision, dyke anger, dyke intelligence, dyke strategy.
The Dyke Manifesto, Lesbian Avengers

Decidiamo di scendere in piazza come lesbiche, con tutte le nostre differenze, declinazioni, intersezioni. Lesbiche, donne*, donne* bisessuali, donne* queer, persone queer, non binarie, lelle, camionare, persone trans, femme e butch, etc.

Le marce lesbiche (“dyke march”) esistono per ricordarci ed affermare che le lesbiche sono il granello di sabbia nell’ingranaggio patriarcale. Esistiamo contro l’eteronormatività, contro i ruoli di genere, contro l’idea che una donna* esiste solo se è accompagnata da un uomo cis. Non eravamo previste, ma siamo emerse lo stesso. È da 30 anni, da quando le Lesbian Avengers organizzarono la prima marcia di ventimila lesbiche a Washington DC, che siamo qui per dire che il patriarcato non riuscirà mai a cancellarci, non potrà dividerci e non sarà la nostra fine. Saremo noi la sua.

Le lesbiche sono e sono state al centro di tutti i movimenti per il cambiamento sociale, ma la nostra partecipazione è stata ignorata, spesso con la nostra complicità, con il nostro consenso. Ad Aprile 2025, quando scenderemo in piazza a Roma per la prima marcia lesbica italiana, lo faremo nel solco aperto dalla manifestazione di Washington del 1993, per riprenderci il potere dei nostri amori, delle nostre visioni, della nostra rabbia, delle nostre intelligenze, della nostra storia e delle nostre radici.

Non possiamo sottovalutare le politiche di estrema destra della presidenza Trump, le discriminazioni contro le persone trans, gli attacchi alla società civile pro-diritti, gli arresti e la lesbofobia di stato contro le associazioni e le attiviste in Europa dell’Est e in Asia Centrale. Il governo degli Stati Uniti sta violando i diritti fondamentali nel peggior modo possibile, causando una reazione a cascata in tutto il mondo; l’Italia non è da meno. L’Europa, divisa e ambigua, si sta arrendendo e intende ritirare la direttiva contro le discriminazioni e l’eguaglianza di trattamento. La nostra Dyke March guarda a ciò che succede in Italia, in Europa e nel mondo e rivendica che la nostra identità lesbica non può prescidere dai luoghi, dalle culture e dalle politiche in cui si sono svolte le nostre storie di lotta.

Per questo la prima Dyke March in Italia è:

Questa è la prima Dyke March italiana. Ma è anche una marcia europea, a cui partecipano lesbiche che vengono da tutto il mondo. Nel Settembre 2022, la terza conferenza lesbica europea si è aperta il giorno dopo della vittoria dell’estrema destra alle elezioni italiane: un gruppo di noi, all’apertura di quella conferenza, è salito sul palco predicendo politiche di repressione e promettendo che le lesbiche italiane avrebbero reagito. Purtroppo, come avevamo previsto, un gelido e forte vento di destra attraversa la vita delle lesbiche italiane. Scendiamo in piazza dunque perché il governo Meloni ha attuato sin dall’inizio del suo mandato un’agenda politica di stampo fascista.

Le lesbiche, soprattutto le madri*, le persone transgender, le famiglie arcobaleno, le persone razzializzate, migranti e le minoranze sono state il primo bersaglio di questo governo. Ma l’attuale morsa repressiva che comprende anche le attiviste* climatiche, le manifestanti pro-Palestina, le giornaliste* e le intellettuali critiche, ci conferma che prendersela con noi era solo il loro primo passo.

Gli attacchi al diritto all’aborto, la possibilità per le associazioni antiabortiste di accedere a consultori e ospedali e la creazione di un reato universale di Gestazione per Altri sono il tentativo di limitare la libertà di scelta sul proprio corpo delle donne* e delle persone in gestazione.

I campi di concentramento per persone migranti in Albania, gli accordi con il Governo tunisino per limitare i movimenti migratori, l’inasprimento delle misure repressive contro il dissenso e la libera protesta, il supporto incondizionato allo Stato di Israele (e ora anche ai suoi capi condannati dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità) sono solo la continuazione delle politiche razziste e coloniali su cui una certa idea di Europa si fonda.

Avevamo anche previsto che l’estrema destra avrebbe continuato a crescere, che i cosiddetti “moderati” non avrebbero saputo arginarla. Di nuovo, abbiamo avuto ragione.
Noi non ci stiamo.
Non vogliamo un’Europa delle frontiere, della difesa dei genocidi, delle donne* morte di aborto illegale, dei lesbicidi, dei transcidi e dei femminicidi. Questa deriva fascista deve essere fermata. Per fermarla, vogliamo lavorare con chi nei movimenti, nei partiti, nella società, è convinta che così non si può andare avanti.

La prima Dyke March italiana è anticlericale. A unire le lesbiche d’Italia, d’Europa e del mondo che nell’anno del Giubileo marceranno insieme a Roma, sede della capitale dello Stato del Vaticano, è la convinzione che tutte le persone – al di là del loro credo religioso – abbiano il diritto di vivere in uno Stato Laico che le tuteli garantendo loro uguali diritti. In uno stato laico, chi rappresenta le Istituzioni deve agire nel rispetto dei valori sanciti dalla Costituzione e nell’interesse di tutta la comunità, e non seguendo le proprie convinzioni morali dettate da credenze religiose.

La laicità è il fondamento della democrazia, un anticorpo contro il virus del fascismo, una diga resistente alla straripante deriva antidemocratica, illiberale, reazionaria dei Governi di estrema destra, sostenuti dai movimenti anti-gender, anti-abortisti e contrari all’educazione sessuale nelle scuole.
L’Italia, come sempre, fa scuola, trasformandosi sempre di più in uno stato confessionale e moralista. Partiti come Fratelli d’Italia e la Lega, nonché la stessa premier Meloni, hanno usato la retorica anti-gender per radicalizzare la loro proposta politica. Non è un caso che si siano moltiplicate le crociate contro le donne* che scelgono di abortire e contro le persone LGBTQIAK+* e i loro percorsi di autodeterminazione.

La lotta alla fantomatica “ideologia gender” è diventata il collante che ha permesso la saldatura di soggetti che pur non avendo obiettivi comuni sono riusciti a fare fronte comune. Lo scopo è generare allarmismo verso il futuro instillando panico sociale nei confronti di pericoli immaginari, senza affrontare i problemi reali.

Per smascherare le fake news e le manipolazioni di questi movimenti, rivendichiamo una presa di parola collettiva durante il Giubileo, e la costruzione di reti ed alleanze con i movimenti per i diritti umani, per organizzare mobilitazioni e iniziative in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di difendere la laicità dello Stato.

L’intersezionalità non è solo un hashtag: è un atto concreto di resistenza e responsabilità. Oggi, parlare di razzismo, riconoscerlo e affrontarlo, prendere posizione per una dyke march antirazzista, è il primo passo per creare spazi per quelle di noi che vivono ogni giorno, sulla loro pelle, la violenza razzista, troppo spesso banalizzata e legittimata dalla società italiana e dalle sue istituzioni. Il razzismo è un pregiudizio di potere, è il perpetrarsi del pensiero coloniale e l’idea che ci sia un’unica normalità possibile, un’unica bellezza possibile, un’unica visione giusta del mondo: quella bianca. Il razzismo è più di un incidente isolato: riguarda il privilegio bianco, la realtà in cui viviamo, un pacchetto invisibile di beni non guadagnati, la leggerezza di non doversi porre domande o dare spiegazioni.

Il razzismo agisce sulle possibilità negate negli aspetti materiali della vita come il lavoro, la casa, la salute, l’istruzione. Creare una marcia lesbica antirazzista è rimettere al centro temi vitali e basilari troppo spesso dimenticati, perché la liberazione sessuale non può esistere senza giustizia sociale. I corpi delle lesbiche razzializzate sono invisibili nelle loro necessità ed esistenze e contemporaneamente feticizzati, esotizzati e strumentalizzati per avere la quota “diversità”. Prendere posizione per una marcia lesbica antirazzista è abbracciare la complessità, creare spazi veramente attraversabili e accessibili, confluire e costruire dai margini delle possibilità per tutte. Siamo tutte lesbiche, non siamo tutte uguali, ma cerchiamo modi per camminarci vicine.

Rivendichiamo l’antimilitarismo come un elemento proprio, da sempre, dei movimenti e delle lotte lesbiche, che attraversa le nostre storie e la nostra contemporaneità. Il sistema patriarcale, che nella sua declinazione capitalista e colonialista trova una delle sue massime espressioni, vede garantita la sua stabilità grazie al militarismo. L’ideologia militarista si basa sulla violenza patriarcale, autoritaria e verticale, sulla gerarchia e la sopraffazione; si esprime in termini di possesso, controllo, appropriazione dell’esistenza e annientamento della libertà altrui, sfruttamento e depredazione delle risorse naturali; e si replica nell’agire coloniale su terre, corpi e culture “da civilizzare”. Il militarismo è cultura dello stupro: arma usata in tempi di pace e di guerra.

Il militarismo difende la necessità dell’uso della forza da parte degli Stati per la risoluzione dei conflitti. Non si limita a proiettarsi in quei conflitti presentati come esterni e lontani, ma individua conflitti e nemici interni da schiacciare: capri espiatori coi quali giustificare repressione, politiche migratorie, pacchetti sicurezza, muri sempre più alti e mari sempre più profondi a difendere confini. Gli Stati occidentali utilizzano in questo scenario i corpi di donne* e persone LGBTQIAK+, presentati come soggetti deboli e da difendere per attuare le politiche di oppressione e repressione. Come lesbiche scegliamo di rifiutare queste logiche, e rifiutiamo che sui nostri corpi vengano creati sistemi di controllo e repressione e siano giustificate politiche razziste, confini e guerre.

Come lesbiche siamo portatrici e sperimentatrici di modelli di relazioni e di esistenza nuovi, diversi, “altri”, deraglianti da ogni binario. Le nostre vite lesbiche rappresentano storicamente, e ancora oggi, possibilità di scelta concrete e prospettive antipatriarcali, anti-gerarchiche, radicalmente sovversive, di libertà. Siamo e siamo state resistenti ai tentativi di invisibilizzazione, e a quelli più recenti di omologazione e normalizzazione, che patriarcato, capitalismo e colonialismo ci impongono e offrono nel tentativo di farci svanire o di assimilarci per renderci inoffensive, partecipi a questo sistema, e spegnere la scintilla rivoluzionaria che ci anima.

Non vogliamo dare per scontato di essere immuni, a livello individuale e comunitario, a queste lusinghe, che fanno leva su oppressioni e privilegi. Per contribuire alla loro distruzione è indispensabile svelare queste dinamiche di potere. Lo Stato italiano nel quale viviamo fabbrica e testa le armi con le quali si combattono conflitti a livello globale, e la sua economia trae grandi profitti da questo business mortale. Ogni anno, per lunghi periodi, organizza e ospita esercitazioni e simulazioni di guerra, mette a disposizione ad eserciti di tutto il Mondo, in cambio di vantaggi economici o politici, basi, poligoni, porzioni di mare e corridoi aerei. Per far questo sacrifica ampie aree “dedicate”, fra le quali enormi territori della Sardegna: da una parte sperimentando nel concreto le guerre (solo per fare un esempio, Israele e Turchia si sono esercitate nell’isola) con le quali si procederà a sterminio di civili, depredazione, genocidi, colonizzazione; dall’altra devastando il tessuto sociale, economico e culturale dell’isola, di fatto una colonia interna. In quanto appartenenti alla popolazione di questo Stato dobbiamo riflettere e agire per impedire che tutto questo accada, e fare dei nostri corpi e terre luoghi di resistenza.

Noi lesbiche denunciamo l’occupazione coloniale e militare sionista che dura da oltre 75 anni, le ripetute violazioni al cessate il fuoco del 19 gennaio 2025 e il brutale genocidio del popolo palestinese che Israele sta compiendo impunemente, da ormai più di un anno, con la riprovevole complicità economica, militare, diplomatica e politica delle istituzioni e dei principali media italiani e occidentali. Le politiche razziste, militariste e coloniali contro cui noi manifestiamo sono evidenti in quello che sta accadendo in Palestina. Pinkwashing, rainbowashing, femo e omonazionalismo giustificano i tentativi di assimilazione e addomesticamento delle nostre identità, che vengono agitate come simbolo di progresso culturale occidentale contro la “barbarie” altrui.

Rifiutiamo la propaganda di Israele che, già dagli anni ’90, con la costruzione del gay-friendly “brand Israel” strumentalizza le soggettività lesbiche e queer, i nostri diritti e le nostre lotte in funzione razzista, islamofoba e xenofoba, per legittimare l’oppressione del popolo palestinese e – oggi più che mai – giustificare e renderci complici del genocidio. Condanniamo la narrazione omonazionalista, espressa emblematicamente dall’immagine della bandiera rainbow nelle mani dell’esercito israeliano, sventolata di fronte alle macerie di Gaza, volta a prendere consenso nelle nostre comunità, indebolire le nostre pratiche intersezionali ed escludere dalle lotte i gruppi lesbici e queer palestinesi, arabi e musulmani.

Rifiutiamo la retorica coloniale della disumanizzazione del popolo palestinese, attraverso cui Israele cerca l’alleanza dei governi occidentali, facendo leva sulle stesse dicotomie civile/barbaro, umano/animale, che hanno giustificato storicamente l’oppressione razzista dei popoli di tutto il mondo. Ci opponiamo inoltre alla retorica vittimistica e violenta che accusa di antisemitismo qualsiasi forma di supporto e solidarietà al popolo palestinese, nella sua lotta per la sopravvivenza e la liberazione. Rivendichiamo la nostra critica al governo israeliano e all’occupazione sionista, e il nostro appoggio a tutte le persone e organizzazioni ebraiche che nel mondo si stanno esponendo per mettere fine a questo massacro. Come lesbiche esortiamo anche le organizzazioni queer, lesbiche, LGBTQIAK+ a non prestarsi come braccio armato alla propaganda sionista, perché “Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone”.

In risposta agli appelli del movimento queer palestinese, sosteniamo il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Chiediamo il pieno rispetto del cessate il fuoco, la fine della violenza militare e coloniale a Gaza e in Cisgiordania, il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, la protezione dei civili e l’accesso agli aiuti umanitari e ai servizi essenziali, la fine dell’occupazione sionista e la rapida attuazione della parità di diritti. Esortiamo i governi nazionali e le istituzioni internazionali a seguire l’appello alla pace e alla protezione dei civili lanciato dalle Nazioni Unite. Unendoci al coro delle tante lesbiche e persone queer scese in piazza nell’ultimo anno al fianco delle organizzazioni palestinesi, urliamo insieme There’s NO pride in genocide!

La nostra non è solo una battaglia per il riconoscimento e la dignità delle lesbiche: è una dichiarazione di resistenza, una lotta per un pianeta che possa garantire un futuro a chi viene ancora messo ai margini. Ci battiamo per una giustizia ambientale vera, profonda, inclusiva, perché sappiamo che le nostre esistenze e quelle del pianeta sono legate da un filo invisibile e indivisibile.

Molte di noi provengono da comunità economicamente, socialmente e razzialmente emarginate, comunità che sono esposte in prima linea agli effetti devastanti dell’inquinamento, della mancanza di risorse e del degrado ambientale. Siamo tra le prime a subire le conseguenze di un sistema che ci avvelena e ci sfrutta, che ci lascia a respirare l’aria tossica delle periferie, che ignora le nostre comunità nei mesi di siccità e ci relega nelle aree più vulnerabili e meno protette. Non possiamo più tollerare un sistema di ingiustizia ambientale che ci ignora e che ci danneggia, che si fa forte della nostra invisibilità per continuare a prosperare.

Il cambiamento climatico minaccia direttamente la nostra sicurezza abitativa, la stabilità alimentare e la salute delle nostre comunità. Molte di noi vivono già oggi in condizioni di precarietà e affrontano tassi sproporzionati di insicurezza economica e mancanza di casa. Non siamo noi le responsabili di questo disastro: non siamo noi a sfruttare risorse fino all’esaurimento, eppure siamo noi a pagarne le conseguenze. Questa è una realtà che non può più essere ignorata e che ci spinge ad alzare la voce.

Il movimento ambientalista tradizionale, con il suo approccio mainstream, ha storicamente trascurato le prospettive lesbiche ed ecofemministe, ignorando le voci e le esperienze di chi vive sulla propria pelle la violenza di un sistema economico e sociale che non ha mai scelto di proteggerci. Chiediamo una giustizia climatica che includa anche noi, le nostre esperienze, la nostra storia. Non si può più pensare di “salvare il pianeta” senza includere chi lotta per sopravvivere su questo pianeta, chi è già in prima linea, chi conosce il prezzo della devastazione ambientale e sociale.

Ci battiamo per una giustizia climatica e sociale che non si fermi alla superficie, ma che vada in profondità, come le nostre radici. Per le lesbiche, per le donne*, per chiunque sia stata lasciata fuori. Per un mondo che includa tutte e tutti e che protegga ogni vita, ogni terra, ogni respiro.

In un’ottica intersezionale non possiamo tralasciare la violenza patriarcale che si abbatte sugli animali non umani. I metodi industriali di allevamento intensivo richiedono un’agricoltura intensiva che rende il consumo di risorse, prima fra tutte l’acqua, devastante anche dal punto di vista del cambiamento climatico. Gli allevamenti intensivi infliggono una violenza inenarrabile nei confronti di esseri coscienti che, come gli umani, sentono il dolore fisico e psicologico.

Figure femministe e transfemministe, tra cui Carol J. Adams, Donna Haraway, Angela Balzano e Stacy Alamo, hanno dedicato moltissime elaborazioni al rapporto tra violenza patriarcale e violenza sugli animali non umani. L’animalizzazione come altro dall’umano ha giustificato violenze anche tra umani, come dimostrano lo schiavismo e i genocidi di intere popolazioni perché considerate animali. Porsi la questione animale come problema politico è fondamentale per cambiare la società che si basa sul modello cis-etero-patrircale; riteniamo quindi che l’antispecismo debba essere una lotta di liberazione patrircale di cui le lesbiche si fanno portatrici.

La nostra lotta per la giustizia e per la dignità include ogni corpo, ogni mente. Accessibilità è una parola che non può restare vuota: deve significare sicurezza, inclusione, rispetto e sostegno per tutte le lesbiche, anche e soprattutto per chi vive con disabilità fisiche, disabilità invisibili e neurodivergenze. È tempo di abbattere le barriere – architettoniche, sociali e culturali – che continuano a rendere le nostre comunità inaccessibili e ostili a chi ha bisogni diversi da quelli considerati legittimi nella nostra società.

Essere accessibili non è solo una questione di rampe, ascensori o sottotitoli: è una rivoluzione culturale. Significa riconoscere che il corpo e la mente non sono campi di battaglia dove bisogna adattarsi per essere accettate. Chi ha disabilità fisiche o neurodivergenze non deve sopportare l’isolamento o il senso di inadeguatezza per partecipare, per esistere, per avere una voce. Non possiamo accettare un mondo che ci fa scegliere tra la nostra identità e la nostra accessibilità, tra il nostro orientamento e il nostro benessere.

Le persone neurodivergenti e le persone con disabilità fanno parte della nostra comunità e la arricchiscono, portando prospettive e resistenze che sono indispensabili. Ma in troppe occasioni le loro esperienze vengono ignorate, emarginate, minimizzate.

La comunità lesbica deve diventare uno spazio dove le diverse capacità, i diversi modi di percepire e di esprimersi, siano accolti come parte del nostro valore collettivo. Accessibilità significa eliminare i giudizi, promuovere l’ascolto, e dare a ognuna di noi ciò di cui ha bisogno per partecipare. La battaglia per l’accessibilità è la battaglia per una comunità in cui la disabilità e la neurodivergenza non si traducano in “aggiustamenti” da fare, ma siano parte di un mondo costruito per tutte le nostre differenze. Non ci basta un’accessibilità simbolica, ci serve un impegno concreto, inclusivo, radicale.

Scendiamo in piazza per rivendicare la nostra identità ma anche per pretendere il rispetto dei nostri diritti umani. Queste rivendicazioni sono della nostra comunità ma riguardano l’intera società. Scendiamo in piazza per:

Come lesbiche, riteniamo che il primo passo per combattere la lesbofobia sia riconoscerla come espressione di una violenza strutturale, sistemica, multifattoriale iscritta profondamente nelle culture patriarcali. La lesbofobia è violenza di genere che viene esercitata contro l’orientamento, l’identità e/o l’espressione di genere, ma anche una forma specifica di violenza maschile contro le donne* e persone socializzate come donne* quando queste sono percepite come lesbiche.
Denunciamo i dispositivi attraverso i quali la lesbofobia agisce: l’invisibilizzazione – a cui contribuisce anche la narrazione mediatica – che si traduce nella sistematica negazione dell’esistenza delle lesbiche e delle loro esperienze di rottura con la norma cis-etero-patriarcale; l’aggressione verbale, ovvero i discorsi d’odio, le minacce, le molestie (anche sessuali) praticate anche online; la violenza psicologica, che ha un grosso peso sui vissuti quotidiani delle lesbiche e che influisce sulla loro salute fisica e mentale; il bullismo lesbofobico; le molestie sessuali; le aggressioni fisiche, che arrivano fino allo stupro correttivo; la violenza economica, spesso tradotta in ricatti economici, discriminazioni sul lavoro e sull’accesso a beni e servizi… A queste forme di violenza non sono estranee nemmeno le coppie lesbiche: la violenza all’interno di coppie lesbiche esiste ed è spesso sottovalutata, minimizzata o taciuta. Tale violenza agisce utilizzando anche dispositivi specifici, come la delazione e la minaccia di outing.
La lesbofobia, dimenticata dalle istituzioni, diventa lesbofobia di Stato quando si occupa dei nostri corpi per reprimere i nostri diritti riproduttivi; ed è taciuta dagli organismi di informazione, che rifiutano di nominarla come causa di oppressione o di violenza e non ne forniscono una narrazione corretta.
Un passo fondamentale nella lotta alla lesbofobia in Italia è stato cominciare a nominarla, grazie a un lavoro lessicale e politico, in primo luogo all’interno del movimento LGBTQIAK+. Se è vero che la maggior parte delle violenze lesbofobiche si accompagnano a ricatti morali, economici e psicologici che rendono estremamente difficile denunciarle, è altrettanto di rilievo che anche nei casi di denuncia la lesbofobia stenta a ricevere attenzione mediatica. Troppo spesso questa attenzione è legata ai dettagli morbosi della narrazione e privilegia il termine generico di omofobia, senza menzionare correttamente le cause lesbofobe dei fatti. Ci troviamo dunque a dire, ancora una volta, che il cambiamento culturale non può prescindere dal cambiamento del linguaggio e dal suo corretto utilizzo.

Non era previsto che le lesbiche si riproducessero. Sicuramente non l’avevano previsto la Chiesa cattolica, i conservatori e i fascisti di tutto il mondo. Ma noi vogliamo poterlo fare e avere accesso alle tecniche di riproduzione medicalmente assistite libere e gratuite, o all’adozione.

Al contrario, in Italia i diritti riproduttivi delle lesbiche sono stati sacrificati sull’altare della famiglia tradizionale e della filiazione biologica, grazie soprattutto alla propaganda della Chiesa cattolica. Dal 2004 in Italia, la legge 40 ha messo nero su bianco il privilegio eterosessuale, autorizzando le coppie di persone di genere diverso ad accedere alla riproduzione assistita e lasciando donne* single e coppie lesbiche nell’impossibilità di accedere ai propri diritti riproduttivi. Quella legge è chiaramente lesbofobia di Stato.

In un paese che mette sempre più ostacoli all’interruzione volontaria di gravidanza, questa lesbofobia non ci stupisce. Noi rifiutiamo la persecuzione messa in atto dal Governo Meloni contro le madri* lesbiche che si sono viste impugnare i certificati di nascita e negare il diritto a essere riconosciute come madri* a tutti gli effetti. Anche questa è una forma di espressione della lesbofobia di Stato.

Contro queste politiche eteronormative, le forme di genitorialità non eterosessuale devono essere riconosciute, anche al di fuori della coppia e in caso di separazione. I genitori intenzionali hanno diritto al pieno riconoscimento delle proprie figlie* alla nascita. La riproduzione non può essere discriminatoria in base alla classe sociale e all’orientamento sessuale. Le persone possono liberamente mettere a disposizione il proprio corpo e il proprio tempo per sostenere chi ha un progetto di genitorialità, attraverso pratiche di gestazione per altri e donazione di gameti, purché all’interno di una regolamentazione che eviti sfruttamento e abusi.

Le lesbiche in quanto donne* sono espropriate della propria autonomia in termini di desiderio erotico. Anche nelle comunità lesbiche esiste un profondo stigma verso qualsiasi forma di desiderio e sessualità che si scosti dalle relazioni romantiche e monogame e dai comportamenti sessuali convenzionali. Con la marcia rivendichiamo la varietà e libertà dei nostri desideri e comportamenti sessuali: non-monogamie consensuali, asessualità, kinky e bdsm sono tutte dimensioni individuali, collettive e politiche che appartengono alla ricchezza dell’esperienza lesbica e per le quali chiediamo rispetto e dignità.

Le lesbiche sono persone che possono anche esercitare per libera scelta lavoro sessuale. Gridiamo a gran voce che “sexwork is work”: il sexwork va decriminalizzato.

La medicina è ancora un luogo di oppressione per le donne e le lesbiche*. Le discriminazioni, le violenze ginecologiche, le limitazioni all’accesso alla salute mentale, riproduttiva e ormonale condividono le stesse dinamiche di oppressione sui corpi femminili e dissIdenti del genere che per secoli ci hanno fatto considerare isteriche, deviate e pazze.

I corpi femminili e dissedenti non vengono studiati a sufficienza e l’impatto di farmaci, medicine e pratiche troppo spesso si basa ancora sul modello di un corpo umano maschile, cis, bianco e abile. Le nostre esperienze sono sottovalutate nella ricerca, lasciandoci sole a gestire il minority stress e le oppressioni strutturali con conseguenze negative sulla nostra salute mentale e fisica.

In un panorama di privatizzazione della salute pubblica, rivendichiamo il pieno ed equo accesso alla cura e ai servizi sanitari “pubblici e dignitosi”, tra cui quelli specifici per la salute mentale e fisica, con operatrici* sanitarie adeguatamente formate per affrontare le esigenze specifiche delle lesbiche e delle persone trans. Vogliamo poter avere le cure senza subire lo sguardo maschile e ciseteronormativo sui nostri corpi.

Vogliamo combattere la stigmatizzazione della nostra salute mentale; la neurodivergenza e le disabilità non devono più essere percepite come ostacoli o vergogne. Non siamo qui per adeguarci a uno standard, siamo qui per trasformare lo standard. Rivendichiamo di poterci prendere cura della nostra salute mentale e fisica liberamente, senza dover subire discriminazioni legate al nostro orientamento sessuale, alla nostra espressione di genere, alla nostra identità di genere e alle nostre caratteristiche sessuali.

Le pratiche di reciprocità e solidarietà, così come i liberi accordi consensuali, fanno da sempre parte dei mondi lesbici. Vogliamo poterci prendere cura delle altre senza dover lottare contro le pratiche di ospedali e istituzioni che riconoscono solamente i legami famigliari tradizionali.

L’Italia è uno degli ultimi Stati membri dell’Unione Europea in cui l’educazione affettiva e sessuale non è obbligatoria a scuola, nonostante le raccomandazioni dell’Unesco e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’educazione sessuale e affettiva è importante perché riguarda la persona nella sua totalità, è uno strumento indispensabile nella prevenzione e nella lotta al bullismo e alla violenza patriarcale ed è un presidio fondamentale per la tutela della salute riproduttiva e sessuale e per l’educazione al consenso. Per queste ragioni pretendiamo che non sia lasciata alla buona volontà dei presidi delle scuole e delle giunte regionali, ma prevista come parte integrante della programmazione didattica delle scuole di ogni ordine e grado.

Scendiamo in piazza anche per ribadire la necessità di un impegno concreto in questa direzione e per contrastare derive pericolose che assimilano l’educazione sessuale e affettiva a una fantomatica “propaganda LGBTQIAK+”. Le misure del governo Meloni avranno come effetto quello di avvicinare pericolosamente l’Italia all’Ungheria di Orbán e alla Russia di Putin.

Vogliamo una scuola laica, pubblica, gratuita, accessibile a tutte le persone, libera dai pregiudizi sessisti, razzisti, omolesbobitransfobici, abilisti, grassofobici, ageisti e classisti. E per realizzarla non si può più prescindere da un’educazione transfemminista, capace di coniugare gli aspetti cognitivi legati all’apprendimento e la dimensione dei corpi e delle identità, delle emozioni, della relazione e della sessualità. La scuola non può più essere solo il luogo della trasmissione dei saperi, ma deve diventare lo spazio della formazione e dell’autoformazione, in cui si cresce insieme.

Il governo Meloni è occupato a tentare di reprimere e cancellare l’autodeterminazione delle persone transgender e non binarie. A spingere in questa direzione repressiva anche le ingerenze del Vaticano, che dichiara che il “gender” “annulla le differenze tra uomo e donna” ed è “il pericolo peggiore” e che “cancellare la differenza [di genere] è cancellare l’umanità”.

È chiaro che il riferimento è a tutte quelle persone non binarie che non si identificano come uomini o come donne. Gli attacchi contro l’Ospedale Careggi, un’eccellenza italiana per la presa in carico de* minori transgender; l’apertura al Gemelli di un centro multidisciplinare, con un indirizzo palesemente psichiatrizzante; il persistente attacco alle carriere alias nelle scuole; le iniziative tenute da diverse realtà appartenenti alla sfera di coloro che rientrano nell’ideologia “anti-gender” sono tutti sintomi delle ideologia transfobica di chi ci governa.

In questo senso è urgente il superamento della legge 164/82, che fu ai tempi una legge all’avanguardia in Europa, in favore di una legge che si basi sull’autodeterminazione per chiunque non si senta a proprio agio nell’assegnazione di sesso/genere alla nascita secondo i genitali e sul consenso informato per chi desidera la medicalizzazione.e Chiediamo il riconoscimento delle persone non binarie con la libera scelta di utilizzare, come marcatore di sesso/genere, la X come alternativa alla binaria F o M.

Le discriminazioni che le lesbiche subiscono sono molteplici e sfaccettate. A genere, identità di genere, espressione di genere e orientamento affettivo-sessuale si sommano anche quelle basate su età, stato di salute, stato relazionale e razzializzazione, etnia e disabilità.

Dobbiamo prima di tutto guardare all’interno della nostra comunità e chiedere il riconoscimento delle diverse intersezioni di oppressioni e la piena visibilità di modelli lesbici non bianchi, non giovani, non abili. La lotta alla discriminazione passa per il riconoscimento dei diritti civili e la protezione legale. Oltre alla protezione legale contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, chiediamo maggiori tutele per le nostre famiglie queer, l’ampiamento dei diritti all’interno dell’istituto dell’unione civile (come il pieno diritto all’imparentamento con i parenti della persona coniuge), il matrimonio egalitario, il diritto all’adozione sia come coppie lesbiche che come single. Inoltre, per chi non volesse ricorrere ad istituti “patriarcali” come il matrimonio, chiediamo possibilità di nominare come tutrici legali, eredi, esecutrici delle volontà testamentarie, anche legate al fine vita, persone al di fuori del nucleo familiare che abbiano gli stessi diritti di coniugi e familiari, in un’ottica di riconoscimento giuridico di famiglie elettive e allargate.

Abbiamo bisogno del sostegno pubblico all’intergenerazionalità e intersezionalità lesbica, al co-housing lesbico, a case rifugio per lesbiche migranti, povere, anziane e disabili e a spazi intragenerazionali dove lesbiche giovani e lesbiche aziane possano reciprocamente aiutarsi nelle diverse fasi della vita in cui siano riconosciute le specificità di chi ha dovuto allontanarsi dalle proprie reti familiari e parentali. Inoltre, promuoviamo l’educazione e la sensibilizzazione sulla storia e le esperienze delle lesbiche anziane e giovani per combattere i pregiudizi e la discriminazione attraverso programmi educativi nelle scuole e campagne di sensibilizzazione pubblica.

DETTAGLI SULLA MARCIA:

La marcia si svolgerà a Roma il 26 aprile 2025, Giornata Internazionale della Visibilità Lesbica.

La marcia è aperta a tutte, alle lesbiche e alle alleate*, la testa del corteo sarà però riservata alle lesbiche.
Gli uomini cis sono i benvenuti ma vogliamo che si mettano in coda, come gesto di sostegno alla visibilità lesbica.

Chiediamo di non portare bandiere di partito e di sindacati e di portare bandiere di associazioni e gruppi non lesbici accompagnandole con messaggi lesbici. Le bandiere nazionali sono sconsigliate, salvo quelle rappresentanti popoli oppressi.

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