MANIFESTO POLITICO 2026

Siamo consapevoli che il lesbismo può essere una rivendicazione tanto di un’identità politica quanto di un orientamento sessuale, e che reclama uno spazio “altro” anche rispetto al binarismo di genere. Nella nostra storia, però, l’utilizzo del genere femminile ha segnalato la nostra esistenza ai margini della marginalità, secondo una precisa volontà politica di sorellanza e riconoscimento reciproco. E se è vero che, come diceva Monique Wittig, “le lesbiche non sono donne”, noi non vogliamo rinunciare a quel pezzo della nostra storia.

Decidiamo quindi di utilizzare il femminile politico come rivendicazione di appartenenza a questa categoria di marginalità, che definisce chiunque non possa muoversi negli spazi con il privilegio di una socializzazione maschile, al di là delle forme del suo corpo e della sua identità. Per questo motivo, in questo documento, tutti i sostantivi femminili riferiti a persone, saranno accompagnati dall’asterisco, ad includere quelle soggettività lesbiche che non si identificano con la femminilità. Scegliamo di usare la parola “lesbica” senza asterisco, perchè vogliamo definirla come parola che abbraccia tutte le soggettività che vi si riconoscono, che la rivendicano a livello sociale, politico e che si identificano con le lotte lesbiche nella società ciseteropatriarcale.

It’s time to seize the power of dyke love, dyke vision, dyke anger, dyke intelligence, dyke strategy.
- The Dyke Manifesto, Lesbian Avengers -

Decidiamo di scendere in piazza come lesbiche, con tutte le nostre differenze, declinazioni, intersezioni. Lesbiche, donne*, donne* bisessuali, donne* queer, persone queer, non binarie, lelle, camionare, persone trans, femme e butch, etc.

Le marce lesbiche (“dyke march”) esistono per ricordarci ed affermare che le lesbiche sono il granello di sabbia nell’ingranaggio patriarcale. Esistiamo contro l’eteronormatività, contro i ruoli di genere, contro l’idea che una donna* esiste solo se è accompagnata da un uomo cis. Non eravamo previste, ma siamo emerse lo stesso. Le prime Dyke March furono organizzate negli anni ’80 a Londra e in altre città; poi le Lesbian Avengers, 30 anni fa, organizzarono la prima marcia di ventimila lesbiche a Washington DC: da allora siamo qui per dire che il patriarcato non riuscirà mai a cancellarci, non potrà dividerci e non sarà la nostra fine. Saremo noi la sua.

Le lesbiche sono e sono state al centro di tutti i movimenti per il cambiamento sociale, ma la nostra partecipazione è stata ignorata, spesso con la nostra complicità, con il nostro consenso. Ad ottobre 2026, quando scenderemo in piazza a Roma per la seconda marcia lesbica italiana, lo faremo nel solco aperto dalle precedenti marce, per riprenderci il potere dei nostri amori, delle nostre visioni, della nostra rabbia, delle nostre intelligenze, della nostra storia e delle nostre radici.

Non possiamo e non dobbiamo sottovalutare le politiche delle estreme destre mondiali, le discriminazioni contro le persone trans, gli attacchi alla società civile pro-diritti, gli attacchi alle persone migranti, gli arresti e l’omo-lesbo-bi-a-trans-fobia di stato contro le associazioni e le attiviste in tutto il mondo.

La nostra Dyke March guarda a ciò che succede in Italia, in Europa e nel mondo e rivendica che la nostra identità lesbica non può prescindere dai luoghi, dalle culture e dalle politiche in cui si sono svolte le nostre storie di lotta.

Per questo la Dyke March in Italia è:

Scendiamo in piazza perché il governo Meloni ha attuato sin dall’inizio del suo mandato un’agenda politica di stampo fascista.

Le lesbiche, soprattutto le madri*, le persone transgender, le famiglie arcobaleno, le persone razzializzate, le persone migranti e le minoranze sono state il primo bersaglio di questo governo. Ma l’attuale morsa repressiva che comprende anche le attiviste* climatiche, le manifestanti pro-Palestina, le giornaliste* e le intellettuali critiche e chiunque esprima il dissenso con il proprio corpo, ci conferma che prendersela con noi era solo il loro primo passo.

Gli attacchi al diritto all’aborto, la possibilità per le associazioni antiabortiste di accedere a consultori e ospedali e la creazione di un reato universale di Gestazione per Altri sono il tentativo di limitare la libertà di scelta sul proprio corpo delle donne* e delle persone in gestazione.

I trattamenti disumani nei confronti delle persone migranti, l’inasprimento delle misure repressive contro il dissenso e la libera protesta, il supporto incondizionato allo Stato di Israele e alle mire espansionistiche delle grandi potenze, sono la continuazione delle politiche razziste e coloniali su cui una certa idea di Europa si fonda trovando sponda e alleanze anche laddove non ci si aspetterebbe.

Noi non ci stiamo.

Non vogliamo un’Europa delle frontiere, della difesa dei genocidi, delle donne* morte di aborto illegale, dei lesbicidi, dei transicidi e dei femminicidi. Questa deriva fascista deve essere fermata. Per fermarla, vogliamo lavorare con chi nei movimenti, nei partiti, nella società, è convinta che così non si può andare avanti.

La seconda Dyke March italiana è laicista, anticlericale e No-Vat. A unire le lesbiche d’Italia, d’Europa e del mondo è la convinzione che tutte le persone – al di là del loro credo religioso – abbiano il diritto di vivere in uno Stato Laico che le tuteli garantendo loro uguali diritti. In uno stato laico, chi rappresenta le Istituzioni deve agire nel rispetto dei valori sanciti dalla Costituzione e nell’interesse di tutta la comunità, e non seguendo le proprie convinzioni morali dettate da credenze religiose.

La laicità è il fondamento della democrazia, un anticorpo contro il virus del fascismo, una diga resistente alla straripante deriva antidemocratica, illiberale, reazionaria dei Governi di estrema destra, sostenuti dai movimenti anti-gender, anti-abortisti e contrari all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.

Non è un caso che si siano moltiplicate le crociate contro le donne* che scelgono di abortire e contro le persone LGBTQIAKP+* e i loro percorsi di autodeterminazione.

Per smascherare le fake news e le manipolazioni di questi movimenti, rivendichiamo una presa di parola collettiva, e la costruzione di reti ed alleanze con i movimenti per i diritti umani, per organizzare mobilitazioni e iniziative in grado di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di difendere la laicità dello Stato.

Il razzismo è un pregiudizio di potere, è il perpetuarsi del pensiero coloniale e l’idea che ci sia un’unica normalità possibile, un’unica bellezza possibile, un’unica visione giusta del mondo: quella bianca. Il razzismo è più di un incidente isolato: riguarda il privilegio bianco, la realtà in cui viviamo, un pacchetto invisibile di beni non guadagnati, la leggerezza di non doversi porre domande o dare spiegazioni.

Prendere posizione per una marcia lesbica antirazzista è abbracciare la complessità, creare spazi veramente attraversabili e accessibili, confluire e costruire dai margini delle possibilità per tutte. Siamo tutte lesbiche e cerchiamo modi per camminare vicine consapevoli delle nostre differenze e dei nostri differenti privilegi.

È compito delle lesbiche bianche affrontare anche il razzismo e colonialismo interiorizzati, capire che non ne sono immuni e posizionarsi come alleate nei confronti delle lesbiche razzializzate e di seconda generazione.

È nostro dovere conoscere il passato razzista e coloniale dell’Italia e imparare un linguaggio nuovo che sia veramente no-razzista e no-coloniale.

Rivendichiamo l’antimilitarismo e l’antimperialismo come un elemento proprio, da sempre, dei movimenti e delle lotte lesbiche, che attraversa le nostre storie e la nostra contemporaneità. Il sistema patriarcale, che nella sua declinazione capitalista e colonialista trova una delle sue massime espressioni, vede garantita la sua stabilità grazie al militarismo. L’ideologia militarista si basa sulla violenza patriarcale, autoritaria e verticale, sulla gerarchia e la sopraffazione; si esprime in termini di possesso, controllo, appropriazione dell’esistenza e annientamento della libertà altrui, sfruttamento e depredazione delle risorse naturali; e si replica nell’agire coloniale su terre, corpi e culture “da civilizzare”. Il militarismo è cultura dello stupro: arma usata in tempi di pace e di guerra.

Il militarismo difende la necessità dell’uso della forza da parte degli Stati per la risoluzione dei conflitti. Non si limita a proiettarsi in quei conflitti presentati come esterni e lontani, ma individua conflitti e nemici interni da schiacciare: capri espiatori coi quali giustificare repressione, politiche migratorie, pacchetti sicurezza, muri sempre più alti e mari sempre più profondi a difendere confini. Gli Stati occidentali utilizzano in questo scenario i corpi di donne* e persone LGBTQIAK+, presentati come soggetti deboli e da difendere per attuare le politiche di oppressione e repressione. Come lesbiche scegliamo di rifiutare queste logiche, e rifiutiamo che sui nostri corpi vengano creati sistemi di controllo e repressione e siano giustificate politiche razziste, confini e guerre.

Come lesbiche siamo portatrici e sperimentatrici di modelli di relazioni e di esistenza nuovi, diversi, “altri”, deraglianti da ogni binario. Le nostre vite lesbiche rappresentano storicamente, e ancora oggi, possibilità di scelta concrete e prospettive antipatriarcali, anti-gerarchiche, radicalmente sovversive, di libertà. Siamo e siamo state resistenti ai tentativi di invisibilizzazione, e a quelli più recenti di omologazione e normalizzazione, che patriarcato, capitalismo e colonialismo ci impongono e offrono nel tentativo di farci svanire o di assimilarci per renderci inoffensive, partecipi a questo sistema, e spegnere la scintilla rivoluzionaria che ci anima.

Non vogliamo dare per scontato di essere immuni, a livello individuale e comunitario, a queste lusinghe, che fanno leva su oppressioni e privilegi. Per contribuire alla loro distruzione è indispensabile svelare queste dinamiche di potere. Lo Stato italiano nel quale viviamo fabbrica e testa le armi con le quali si combattono conflitti a livello globale, e la sua economia trae grandi profitti da questo business mortale. Ogni anno, per lunghi periodi, organizza e ospita esercitazioni e simulazioni di guerra, mette a disposizione ad eserciti di tutto il Mondo, in cambio di vantaggi economici o politici, basi, poligoni, porzioni di mare e corridoi aerei. Per far questo sacrifica ampie aree “dedicate”, fra le quali enormi territori della Sardegna: da una parte sperimentando nel concreto le guerre (solo per fare un esempio, Israele e Turchia si sono esercitate nell’isola) con le quali si procederà a sterminio di civili, depredazione, genocidi, colonizzazione; dall’altra devastando il tessuto sociale, economico e culturale dell’isola, di fatto una colonia interna. In quanto appartenenti alla popolazione di questo Stato dobbiamo riflettere e agire per impedire che tutto questo accada, e fare dei nostri corpi e terre luoghi di resistenza.

Noi lesbiche denunciamo l’occupazione coloniale e militare sionista e il genocidio che dura da oltre 75 anni da parte di Israele, con la riprovevole complicità economica, militare, diplomatica e politica delle istituzioni e dei principali media italiani e occidentali. Le politiche razziste, militariste e coloniali contro cui noi manifestiamo sono evidenti in quello che sta accadendo in Palestina. Pinkwashing, rainbow washing, femo e omonazionalismo giustificano i tentativi di assimilazione e addomesticamento delle nostre identità, che vengono agitate come simbolo di progresso culturale occidentale contro la “barbarie” altrui.

Condanniamo la disumana e razzista votazione a favore della pena di morte esclusivamente per i palestinesi accusati di terrorismo.

Rifiutiamo la propaganda di Israele che, già dagli anni ’90, con la costruzione del gay-friendly “brand Israel” strumentalizza le soggettività lesbiche e queer, i nostri diritti e le nostre lotte in funzione razzista, islamofoba e xenofoba, per legittimare l’oppressione del popolo palestinese e – oggi più che mai – giustificare e renderci complici del genocidio. Condanniamo la narrazione omonazionalista, volta a prendere consenso nelle nostre comunità, indebolire le nostre pratiche intersezionali ed escludere dalle lotte i gruppi lesbici e queer palestinesi, arabi e musulmani.

Ci opponiamo inoltre alla disumanizzazione del popolo palestinese e alla retorica vittimistica e violenta che accusa di antisemitismo qualsiasi forma di supporto e solidarietà alla comunità nella sua lotta per la sopravvivenza e la liberazione. Rivendichiamo la nostra critica al governo israeliano e all’occupazione sionista, e il nostro appoggio a tutte le persone e organizzazioni ebraiche che nel mondo si stanno esponendo per mettere fine a questo massacro. Come lesbiche esortiamo anche le organizzazioni queer, lesbiche, LGBTQIAK+ a non prestarsi come braccio armato alla propaganda sionista, perché “Gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone”.

In risposta agli appelli del movimento queer palestinese, sosteniamo il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione. Chiediamo, la fine della violenza militare e coloniale a Gaza e in Cisgiordania, il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, la protezione dei civili e l’accesso agli aiuti umanitari e ai servizi essenziali, la fine dell’occupazione sionista e la rapida attuazione della parità di diritti. Esortiamo i governi nazionali e le istituzioni internazionali a seguire l’appello alla pace e alla protezione dei civili. Unendoci al coro delle tante lesbiche e persone queer scese in piazza nell’ultimo anno al fianco delle organizzazioni palestinesi, urliamo insieme There’s NO pride in genocide!

Siamo contro tutti i genocidi avvenuti nel passato e quelli che stanno avvenendo nel presente.

Siamo contro l’idea che ci siano genocidi di serie A e di serie B o C.

Quando c’è la volontà di sterminare una popolazione per noi è un Genocidio, punto!

La nostra è una dichiarazione di resistenza, una lotta per un pianeta che possa garantire un futuro a chi viene ancora messo ai margini. Ci battiamo per una giustizia ambientale vera, profonda, inclusiva, perché sappiamo che le nostre esistenze e quelle del pianeta sono legate da un filo invisibile e indivisibile.

Molte di noi provengono da comunità economicamente, socialmente e razzialmente emarginate, comunità che sono esposte in prima linea agli effetti devastanti dell’inquinamento, della mancanza di risorse e del degrado ambientale. Siamo tra le prime a subire le conseguenze di un sistema che ci avvelena e ci sfrutta, che ci lascia respirare l’aria tossica delle periferie, che ignora le nostre comunità nei mesi di siccità e ci relega nelle aree più vulnerabili e meno protette. Non possiamo più tollerare un sistema di ingiustizia ambientale che ci ignora e che ci danneggia, che si fa forte della nostra invisibilità per continuare a prosperare.

Il cambiamento climatico minaccia direttamente la nostra sicurezza abitativa, la stabilità alimentare e la salute delle nostre comunità. Molte di noi vivono già oggi in condizioni di precarietà e affrontano tassi sproporzionati di insicurezza economica e mancanza di casa. Non siamo noi le responsabili di questo disastro: non siamo noi a sfruttare risorse fino all’esaurimento, eppure siamo noi a pagarne le conseguenze. Questa è una realtà che non può più essere ignorata e che ci spinge ad alzare la voce.

Il movimento ambientalista tradizionale, con il suo approccio mainstream, ha storicamente trascurato le prospettive lesbiche ed ecofemministe, ignorando le voci e le esperienze di chi vive sulla propria pelle la violenza di un sistema economico e sociale che non ha mai scelto di proteggerci. Non si può più pensare di “salvare il pianeta” senza includere chi lotta per sopravvivere su questo pianeta, chi è già in prima linea, chi conosce il prezzo della devastazione ambientale e sociale.

In un’ottica intersezionale non possiamo tralasciare la violenza patriarcale che si abbatte sugli animali non umani. I metodi industriali di allevamento intensivo richiedono un’agricoltura intensiva che rende il consumo di risorse, prima fra tutte l’acqua, devastante anche dal punto di vista del cambiamento climatico. Gli allevamenti intensivi infliggono una violenza inenarrabile nei confronti di esseri coscienti che, come gli umani, sentono il dolore fisico e psicologico.

Figure femministe e transfemministe, tra cui Carol J. Adams, Donna Haraway, Angela Balzano e Stacy Alamo, hanno dedicato moltissime elaborazioni al rapporto tra violenza patriarcale e violenza sugli animali non umani. L’animalizzazione come altro dall’umano ha giustificato violenze anche tra umani, come dimostrano lo schiavismo e i genocidi di intere popolazioni perché considerate animali. Porsi la questione animale come problema politico è fondamentale per cambiare la società che si basa sul modello cis-etero-patriarcale; riteniamo quindi che l’antispecismo debba essere una lotta di liberazione patriarcale di cui le lesbiche si fanno portatrici.

Le lesbiche disabili e neurodivergenti portano sulle proprie spalle il peso di più oppressioni che si moltiplicano, non si sommano: vivono la discriminazione in quanto donne*, la marginalizzazione in quanto lesbiche, e la violenza abilista in quanto corpi e menti che non rientrano nel modello normativo dominante. Questo intreccio non è un dettaglio della nostra lotta — è centrale. Non possiamo dirci intersezionali e ignorare che chi di noi vive con una disabilità, visibile o invisibile, con una neurodivergenza, riconosciuta o meno, affronta ostacoli specifici che la comunità lesbica stessa troppo spesso riproduce.

L’abilismo non è solo una questione di rampe mancanti. È la cultura che gerarchizza i corpi, che stabilisce quali menti siano “produttive” e quali no, che invisibilizza chi non corrisponde allo standard del soggetto abile, cis, bianco ed eterosessuale. Le lesbiche sorde o ipovedenti, quelle con malattie croniche o disabilità non visibili, quelle con ADHD, con alta sensibilità sensoriale, con plusdotazione o con qualsiasi altra forma di neurodivergenza esistono nella nostra comunità — e troppo spesso vengono dimenticate quando si pianifica uno spazio, si organizza un evento, si scrive un documento. L’invisibilità è una forma di esclusione. E l’esclusione è sempre una scelta politica.

L’accessibilità non è un’aggiunta, non è un favore: è una condizione politica imprescindibile. Uno spazio senza sottotitoli esclude le persone sorde. Un evento senza attenzione alla stimolazione sensoriale esclude chi ha una sensibilità sensoriale diversa. Una comunicazione che non considera stili cognitivi differenti esclude chi elabora le informazioni in modo non lineare. Ogni barriera — architettonica, sensoriale, comunicativa, relazionale — è un confine che noi rifiutiamo di tracciare.

Rivendichiamo spazi fisici, comunicativi e relazionali realmente accessibili: non come concessione straordinaria, ma come norma. Chiediamo alla nostra comunità di smettere di trattare la disabilità e la neurodivergenza come condizioni da “gestire” o da “accomodare”, e di riconoscerle invece come parte costitutiva della nostra diversità collettiva. Le lesbiche disabili e neurodivergenti non devono adattarsi per essere riconosciute come lesbiche a pieno titolo — sono già qui, da sempre. La loro prospettiva, la loro resistenza, il loro sapere incarnato sono indispensabili per costruire una liberazione che valga davvero per tutte.

Non possiamo continuare a costruire movimenti che si rivendicano radicali e rimangono abilisti nei fatti. Ci impegniamo a costruire una comunità e una marcia concretamente accessibili, dove la partecipazione non dipenda dalla conformità a un corpo o a una mente “standard”. Perché la liberazione lesbica o è di tutte, o non è.

Come lesbiche, riteniamo che il primo passo per combattere la lesbofobia sia riconoscerla come espressione di una violenza strutturale, sistemica, multifattoriale iscritta profondamente nelle culture patriarcali. La lesbofobia è violenza di genere che viene esercitata contro l’orientamento, l’identità e/o l’espressione di genere, ma anche una forma specifica di violenza maschile contro le donne* e persone socializzate come donne* quando queste sono percepite come lesbiche.

La lesbofobia agisce mediante: l’invisibilizzazione – a cui contribuisce anche la, assente o distorta, narrazione mediatica – che si traduce nella sistematica negazione dell’esistenza delle lesbiche e delle loro esperienze di rottura con la norma cis-etero-patriarcale; l’aggressione verbale, ovvero i discorsi d’odio, le minacce, le molestie (anche sessuali) praticate anche online; la violenza psicologica, che ha un grosso peso sui vissuti quotidiani e che influisce sulla loro salute fisica e mentale; il bullismo lesbofobico; le molestie sessuali; le aggressioni fisiche, che arrivano fino allo stupro correttivo; la violenza economica, spesso tradotta in ricatti economici, discriminazioni sul lavoro e sull’accesso a beni e servizi. Queste forme di violenza agiscono nell’ombra e, non sempre chiaramente riconoscibili, talvolta si verificano anche all’interno delle coppie lesbiche: tale violenza esiste ed è spesso sottovalutata, minimizzata o taciuta; agisce utilizzando anche dispositivi specifici, come la delazione e la minaccia di outing.

Un passo fondamentale nella lotta alla lesbofobia in Italia è stato cominciare a nominarla, grazie a un lavoro lessicale e politico, in primo luogo all’interno del movimento LGBTQIAK+. Se è vero che la maggior parte delle violenze lesbofobiche si accompagnano a ricatti morali, economici e psicologici che rendono estremamente difficile denunciarle, è altrettanto di rilievo che anche nei casi di denuncia la lesbofobia stenta a ricevere attenzione mediatica, giuridica ed istituzionale. Troppo spesso questa attenzione è legata invece ai dettagli morbosi della narrazione, privilegiando il presunto termine ombrello “omofobia”, senza menzionare correttamente le cause e le dinamiche lesbofobiche, alla base dei fatti. Ci troviamo dunque a dire, ancora una volta, che il cambiamento culturale non può prescindere dal cambiamento del linguaggio e dal suo corretto utilizzo conoscendo, riconoscendo e nominando la lesbofobia.

Non era previsto che le lesbiche si riproducessero. Sicuramente non l’avevano previsto la Chiesa cattolica, i conservatori e i fascisti di tutto il mondo. Ma noi vogliamo poterlo fare e avere accesso alle tecniche di riproduzione medicalmente assistite libere e gratuite, o all’adozione.

Al contrario, in Italia i diritti riproduttivi delle lesbiche sono stati sacrificati sull’altare della famiglia tradizionale e della filiazione biologica, grazie soprattutto alla propaganda della Chiesa cattolica. Dal 2004 in Italia, la legge 40 ha messo nero su bianco il privilegio eterosessuale, autorizzando le coppie di persone di genere diverso ad accedere alla riproduzione assistita e lasciando donne* single e coppie lesbiche nell’impossibilità di accedere ai propri diritti riproduttivi. Quella legge è chiaramente lesbofobia di Stato.

In un Paese che mette sempre più ostacoli all’interruzione volontaria di gravidanza, questa lesbofobia non ci stupisce. Noi rifiutiamo la persecuzione messa in atto dal Governo Meloni contro le madri* lesbiche che si sono viste impugnare i certificati di nascita e negare il diritto a essere riconosciute come madri* a tutti gli effetti. Anche questa è una forma di espressione della lesbofobia di Stato. La battaglia contro le impugnazioni è stata vinta dalle madri lesbiche dopo due anni di lotta nei tribunali che hanno portato alla sentenza della Corte Costituzionale la quale, modificando la legge 40/2004, oggi consente il riconoscimento alla nascita da parte di entrambe le madri. Ancora una volta la vittoria è stata raggiunta attraverso la lotta nei tribunali e non attraverso la tutela di diritti da parte di una legge dello Stato.

Contro queste politiche eteronormative, le forme di genitorialità non eterosessuale devono essere riconosciute, anche al di fuori della coppia e in caso di separazione. La riproduzione non può essere discriminatoria in base alla classe sociale e all’orientamento sessuale. Le persone possono liberamente mettere a disposizione il proprio corpo e il proprio tempo per sostenere chi ha un progetto di genitorialità, attraverso pratiche di gestazione per altri e donazione di gameti, purché all’interno di una regolamentazione che eviti sfruttamento e abusi.

Le lesbiche in quanto donne* sono espropriate della propria autonomia in termini di desiderio erotico. Anche nelle comunità lesbiche esiste un profondo stigma verso qualsiasi forma di desiderio e sessualità che si discosti dalle relazioni romantiche e monogame e dai comportamenti sessuali convenzionali. Con la marcia rivendichiamo la varietà e libertà dei nostri desideri e comportamenti sessuali: non-monogamie consensuali, kinky e bdsm sono tutte dimensioni individuali, collettive e politiche che appartengono alla ricchezza dell’esperienza lesbica e per le quali chiediamo rispetto, dignità e l’inserimento nelle pratiche educative sessuo-affettive.

Le lesbiche sono persone che possono anche esercitare per libera scelta il lavoro sessuale. Gridiamo a gran voce che “sexwork is work”: il sexwork va decriminalizzato.

La medicina è ancora un luogo di oppressione per le donne e le lesbiche*. Le discriminazioni, le violenze ginecologiche, le limitazioni all’accesso alla salute mentale, riproduttiva e ormonale condividono le stesse dinamiche di oppressione sui corpi femminili e dissidenti del genere, che per secoli ci hanno fatto considerare isteriche, deviate e pazze.

Anche una visione strettamente binaria dei corpi, crea problemi di accesso alla salute per i corpi non binari.

I corpi femminili e dissedenti non vengono studiati a sufficienza e l’impatto di farmaci, medicine e pratiche troppo spesso si basa ancora sul modello di un corpo umano maschile, cis, bianco e abile.

In un panorama di privatizzazione della salute pubblica, rivendichiamo il pieno ed equo accesso alla cura e ai servizi sanitari “pubblici e dignitosi”, tra cui quelli specifici per la salute mentale e fisica, con operatrici* sanitarie adeguatamente formate per affrontare le esigenze specifiche delle lesbiche e delle persone trans. Vogliamo poter avere le cure senza subire lo sguardo maschile e ciseteronormativo sui nostri corpi.

La salute per le lesbiche non è mai stata presa sul serio. Molte malattie sono state ignorate o peggio sottostimate. Il personale medico infermieristico e accudente non è assolutamente preparato. In assenza dei diritti individuali, lesbiche single non sono tutelate assolutamente: sono invisibili nelle loro necessità di cure e ascolto.

Vogliamo essere libere di scegliere la persona di riferimento, senza essere vincolate alla famiglia di sangue. Vogliamo che le cure psicologiche o psichiatriche siano attuate senza i crismi di malattie specifiche alla nostra “devianza”. Vogliamo un’attenzione senza pregiudizi alla nostra sessualità quando necessitiamo di cure ginecologiche. Vogliamo un approccio alla salute che prenda in considerazione tutto: corpo, mente, spirito.

Crediamo nel diritto al Fine Vita: di poter scegliere liberamente di morire quando lo riteniamo giusto.

L’Italia è uno degli ultimi Stati membri dell’Unione Europea in cui l’educazione affettiva e sessuale non è obbligatoria a scuola, nonostante le raccomandazioni dell’Unesco e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. L’educazione sessuale e affettiva è importante perché riguarda la persona nella sua totalità, è uno strumento indispensabile nella prevenzione e nella lotta al bullismo e alla violenza patriarcale ed è un presidio fondamentale per la tutela della salute riproduttiva e sessuale e per l’educazione al consenso. Per queste ragioni pretendiamo che non sia lasciata alla buona volontà delle e dei dirigenti scolastici e delle giunte regionali, ma prevista come parte integrante della programmazione didattica delle scuole di ogni ordine e grado.

Scendiamo in piazza anche per ribadire la necessità di un impegno concreto in questa direzione e per contrastare derive pericolose, che assimilano l’educazione sessuale e affettiva a una fantomatica “propaganda LGBTQIAK+”.

Vogliamo una scuola laicista, democratica, antifascista, pubblica, gratuita, accessibile a tutte le persone, libera dai pregiudizi sessisti, razzisti, omolesbobitransfobici, abilisti, grassofobici, ageisti e classisti. E per realizzarla non si può più prescindere da un’educazione transfemminista, capace di coniugare gli aspetti cognitivi legati all’apprendimento e la dimensione dei corpi e delle identità, delle emozioni, della relazione e della sessualità. La scuola non può più essere solo il luogo della trasmissione dei saperi, ma deve diventare lo spazio della formazione e dell’autoformazione, in cui si cresce insieme.

Il governo Meloni è occupato a tentare di reprimere e cancellare l’autodeterminazione delle persone transgender e non binarie. A spingere in questa direzione repressiva anche le ingerenze del Vaticano, che dichiara che il “gender” “annulla le differenze tra uomo e donna” ed è “il pericolo peggiore” e che “cancellare la differenza [di genere] è cancellare l’umanità”. È chiaro che il riferimento è a tutte quelle persone non binarie che non si identificano come uomini o come donne. Gli attacchi contro l’Ospedale Careggi, un’eccellenza italiana per la presa in carico de* minori transgender; l’apertura al Gemelli di un centro multidisciplinare, con un indirizzo palesemente psichiatrizzante; il persistente attacco alle carriere alias nelle scuole; le iniziative tenute da diverse realtà appartenenti alla sfera di coloro che rientrano nell’ideologia “anti-gender” sono tutti sintomi delle ideologia transfobica di chi ci governa. A rendere il quadro ancora più preoccupante la deriva violenta portata avanti dal governo Trump, la sentenza della Corte Suprema del Regno Unito, che definisce donna solo chi è assegnata femmina alla nascita secondo genitali. La deriva transfobica sempre più diffusa nelle democrazie occidentali è allarmante.

In questo senso è urgente il superamento della legge 164/82, che fu ai tempi una legge all’avanguardia in Europa, in favore di una legge che si basi sull’autodeterminazione per chiunque non si senta a proprio agio nell’assegnazione di sesso/genere alla nascita secondo i genitali e sul consenso informato per chi desidera la medicalizzazione. Chiediamo il riconoscimento delle persone non binarie con la libera scelta di utilizzare, come marcatore di sesso/genere, la X come alternativa alla binaria F o M.

Come lesbiche anziane vogliamo che ci venga riconosciuta la nostra esistenza in tutti gli aspetti della cosiddetta terza età.

Vogliamo cohousing dedicati, intragenerazionali.

Chiediamo che la nostra specificità venga tenuta in considerazione quando necessitiamo di cure mediche.

Chiediamo che venga riconosciuta come figura di riferimento non un/una familiare ma una lesbica scelta dall’interessata.

Chiediamo il diritto di scegliere il fine vita: lasciare le nostre esistenze in modo dignitoso, come lo vogliamo è affare nostro.

Il personale medico deve essere formato alle nostre necessità quando siamo ricoverate in ospedale.

Le discriminazioni che le lesbiche subiscono sono molteplici e sfaccettate. A genere, identità di genere, espressione di genere e orientamento affettivo-sessuale si sommano anche quelle basate su età, stato di salute, stato relazionale e razzializzazione, etnia e disabilità.

Dobbiamo prima di tutto guardare all’interno della nostra comunità e chiedere il riconoscimento delle diverse intersezioni di oppressioni e la piena visibilità di modelli lesbici non bianchi, non giovani, non abili. La lotta alla discriminazione passa per il riconoscimento dei diritti civili. Oltre alla protezione legale contro la discriminazione basata sull’orientamento sessuale, in genere e l’identità di genere, chiediamo maggiori tutele per le nostre famiglie lesbiche, l’ampiamento dei diritti all’interno dell’istituto dell’unione civile (come il pieno diritto all’imparentamento con i parenti della persona coniuge), il matrimonio egalitario, il diritto all’adozione sia come coppie lesbiche che come single. Inoltre, per chi non volesse ricorrere ad istituti “patriarcali” come il matrimonio, chiediamo possibilità di nominare come tutrici legali, eredi, esecutrici delle volontà testamentarie, anche legate al fine vita, persone al di fuori del nucleo familiare, che abbiano gli stessi diritti di coniugi e familiari, in un’ottica di riconoscimento giuridico di famiglie elettive e allargate.

Come lesbiche crediamo nel Diritto della Persona Singola, come strumento di rottura e superamento del controllo finanziario e patriarcale posto alla base del concetto istituzionale e classicamente inteso di famiglia.

Crediamo all’intergenerazionalità e intersezionalità lesbica, al co-housing lesbico, alle case rifugio per lesbiche migranti, povere, anziane e disabili e a spazi intragenerazionali dove lesbiche giovani e lesbiche anziane possano reciprocamente aiutarsi nelle diverse fasi della vita in cui siano riconosciute le specificità di chi ha dovuto allontanarsi dalle proprie reti familiari e parentali. Inoltre, promuoviamo l’educazione e la sensibilizzazione sulla storia e le esperienze delle lesbiche anziane e giovani, per combattere i pregiudizi e la discriminazione attraverso programmi educativi nelle scuole e campagne di sensibilizzazione pubblica.

DETTAGLI SULLA MARCIA:

La marcia si svolgerà a Roma il 3 ottobre 2026, in occasione dell’International Lesbian Day.

La marcia è aperta a tutte, alle lesbiche e alle alleate*, la testa del corteo sarà però riservata alle lesbiche. Gli uomini cis sono i benvenuti ma vogliamo che si mettano in coda, come gesto di sostegno alla visibilità lesbica.

Chiediamo di non portare bandiere di partito e di sindacati e di portare bandiere di associazioni e gruppi non lesbici accompagnandole con messaggi lesbici. Le bandiere nazionali sono sconsigliate, salvo quelle rappresentanti popoli oppressi.

Tutte le info sul sito dykemarch.it e sul nostro profilo @dykemarchitalia